Tutte le strade portano a Roma

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La casa di Fleur – Son en Breugel 2015

Son en Breugel, un paesino di qualche migliaia di abitanti alle porte di Eindhoven, il cielo plumbeo che non lascia quasi mai intravedere il sole come ne fosse prepotentemente geloso. Le case sembrano fatte con lo stampino: marroni con mattoncini a vista, giardino sul retro, ampie finestre che lasciano intravedere al loro interno e viene da chiedersi “ma non tengono proprio alla loro privacy?”. Solo una casa è bianca con le finiture blu: è la casa di Fleur.

Fleur è una donna di più di cinquant’anni, bionda, con lo sguardo duro tipico degli olandesi, ma con un atteggiamento sereno e accomodante che sembra riflettere alla perfezione la sua anima. Fleur più di un anno fa ha deciso di comprare dai fratelli quella che era la loro casa di famiglia, seppur da anni in disuso, per creare a fianco un piccolo centro yoga, la sua più grande passione.

Il mio lavoro giornaliero consisteva prevalentemente nel prendermi cura del suo grande giardino, teatro in estate dei corsi di yoga, in cambio di vitto, alloggio e la possibilità di partecipare alle sue lezioni, opportunità questa che non mi sono certo fatto scappare.

Mi ricordo che la prima cosa che mi disse appena la incontrai fu: “Fin quando rimarrai qua, casa mia è casa tua”. Non ero solo nel lavoro, ma in compagnia di due ragazzi bielorussi (molto gentili ma freddi e aridi come la loro terra), una ragazza canadese, un ragazzo scozzese e un signore olandese, ciascuno con una propria storia, un proprio perché.

Mi destreggio bene nei lavori di giardinaggio così come in quelli di fatica fisica, e tutto scorreva via liscio fino a quando una mattina Fleur mi disse: “domani i ragazzi bielorussi partono, ti prego di farti spiegare da loro come costruire un sentiero di mattoni perché avrei bisogno che lo facessi”.

Sentiero cosa? Cioè, stai chiedendo a me di costruire nel tuo giardino una cosa permanente che avrà pure una certa utilità?

Io ovviamente non mi tirai indietro e andai subito dai ragazzi a chiedere aiuto. Non riporto i loro nomi perché sono un compendio di k e h di difficile pronuncia. Tant’è che loro si limitarono solo a farmi vedere come facevano, spianando il terreno, posizionando i mattoni a L e colpendoli forte con il martello.

La mattina seguente è il mio turno, ho tutta la strumentazione necessaria, posiziono i mattoni, ma mi accorgo subito che non è così facile come me la volevano vendere, sia nel dare stabilità al sentiero che nel tagliare i mattoni quando era necessario colmare i buchi che si venivano a creare.

Il primo sentimento che avverto è di sconforto: non mi sentivo all’altezza, nelle cose manuali sono spesso troppo approssimativo e specialmente quando ricevo indicazioni non ho quell’accortezza di domandare, approfondire, voler avere le idee chiare. Sono adirato con me stesso perché mi rendo conto che se lo hanno fatto gli altri lo potrei fare pure io, ma ho paura di fare qualcosa di superficiale e instabile.

Decido così di chiedere aiuto a Simon, un cinquantenne olandese che a quarant’anni dopo il divorzio e un’avviata carriera da ingegnere elettrico per una multinazionale ha deciso di licenziarsi, vendere la casa e andare a vivere in una comunità Emmaus con l’intento di godersi a pieno la vita e fare ciò che più amava, cambiare spesso lavoro, viaggiare e condividere una vita comunitaria.

Simon ha colto subito il fatto che io volevo imparare. Inizialmente ha provato a collocare diversi mattoni, colmando i divari con pezzi più piccoli in un modo totalmente diverso da quello che facevano i ragazzi bielorussi. Poi mi ha chiesto di provare: con un pó di timore ho iniziato a disporre i mattoni e martellare. Non ero convinto, sarà la mia poca autostima, appena sopraggiungeva uno scoglio mi bloccavo o ci davo “un tanto al metro” cercando di mettere terra tra un mattone e l’altro.

Simon invece tornava sui suoi passi, toglieva mattoni più corti sostituendoli con quelli più lunghi così da colmare il gap venutosi a creare, si fermava per vedere se la traiettoria data era quella giusta.

A un certo punto mi guarda e dice:” How you say in Italy? All the streets go to Rome”. Io sorrido e confermo: ” Yes, yes, tutte le strade portano a Roma!”.

In quel momento ricevetti una grande lezione da Simon, soprattutto umana, che non esiste un’unica maniera di fare le cose, ma è necessario applicarsi e cercare la propria strada”.

In quel momento quelle parole mi hanno molto incoraggiato, mi restituirono un pó di quella valorizzazione di me stesso che spesso dimentico, ma sono parole che calzano bene in tutti i frangenti della vita.

È proprio vero che viaggiare allarga la mente: sto incontrando persone, vivendo situazioni e ascoltando storie, ciascuna così incredibilmente diversa dall’altra, così estranea da quell’omologazione che la società ( e il provincialismo aggiungo io) ci sprona ad avere, ma tutte così fantasticamente vive!.

Volete poi sapere com’è andata a finire con la pavimentazione in mattoni? Io e Simon ci siamo messi di buona lena: io sistemavo e martellavo i mattoni, lui spaccava in piccoli pezzi quelli che servivano a colmare le distanze. In meno di due giorni abbiamo finito, sotto lo sguardo incredulo di Fleur e una soddisfazione impagabile in fondo al cuore.

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Strada facendo…
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