Parque Tayrona: welcome to the jungle

E adesso come faccio a raccontarvi della giungla? Se dovessi trovare un aggettivo, beh, sceglierei AVVOLGENTE! Innanzitutto perché Il Parque de Tayrona è una cosa come 15000 ettari per una lunghezza costiera di oltre 85 km.

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Tutto è stato lasciato così com’è, la mano dell’uomo è minima e l’impatto con la natura travolgente.La grandezza: dalle piante ai frutti ci si sente totalmente parte di questo meraviglioso contesto. Seconda cosa l’umidità. Chi mi conosce da tempo sa che ho qualche problemino nel sopportare il caldo.

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Beh, ovviamente è stato un bagno totale…di sudore!Ho camminato per buona parte delle tre ore di percorso insieme ad una coppia, madre e figlio, argentina. Lei si chiama Paulina, sui 65 anni, suonata come una campana, mentre il figlio Augusto, 29 anni, arrancava per i postumi di una serata”importante” lungo la via salsera di Santa Marta conclusasi a tarda notte. Lungo il cammino si sbucava spesso su delle spiagge deserte, dove il mare si scontrava a tutta forza contro le rocce.

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Un attimo per rinfrescarsi e poi di nuovo immersi nella foresta, che ci aspettava col suo fascino incantato. Cabo San Juan era la destinazione, una spiaggia a dir poco sorprendente dove rilassarsi e non pensare a nient’altro.

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Come anticipato mi sono sistemato su un’amaca, anche se le soluzioni erano delle più disparate. Oltre a sentirmi come Bud Spencer devo dire che si dorme incredibilmente bene, sopportando meglio questa estenuante umidità.

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Tutto è buio, con me la torcia frontale, in sottofondo qualche percussionista sulla spiaggia e il rumore delle onde. Dormire all’aperto con questo clima ha molti vantaggi, ma porta con se il fatto di doversi svegliare presto. Faccio una tipica colazione colombiana, che ho rinominato “el desayuno des campeones” a base di frittata di uova, riso, arepas e succo di maracuja. L’obiettivo di giornata è quello di fare visita a El Pueblito, una delle tribù indigene che hanno conservato intatte le proprie tradizioni e modi di vivere. Parto da solo, la coppia di argentini si è arenata in spiaggia e non intende muoversi. Il caldo si fa sentire e man mano che mi inoltro nella foresta la vegetazione è sempre più ricca e avvolgente.

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Come già detto non ci sono sentieri tracciati. Bisogna immaginare la strada che gli indigeni fanno abitualmente. Un paio di punti sono davvero difficili. Mi ritrovo a issarmi su per un costone di roccia (non voglio fare l’impavido, ci ho messo un quarto d’ora per capire come fare) maledicendo quell’attimo in cui ho pensato di partire solo! In un paio di punti hanno gentilmente assicurato una fune sulla quale farsi leva!

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Dopo meno di due ore arrivo al Pueblito, una comunità che dal 400 al 1600 d.c. vantava oltre duemila abitanti. Non ho loro foto da mostrarvi perchè severamente vietato. Questo mi rende profondamente…felice!! Fu drammatico quando in Etiopia feci visita alla tribù dei Mursi (quelli del disco in ceramica sublabiale). Avevano svenduto la loro identità “al dio denaro” ritrovandosi tutto il giorno completamente ubriachi e desiderosi di farsi foto in cambio di lauta ricompensa. Qui invece è tutto rimasto intatto. Caratteri somatici “indios”, lunghe vesti bianche in lino e personalità schiva.

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Sono stato per circa una mezz’ora, cercando di osservarli a distanza mentre conducevano una vita per loro del tutto normale. A dire il vero una foto gliel’ho rubata..il capo tribù che giocava con i nipotini, mentre il più piccolo rincorreva dei pulcini..non ho resistito!

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Ritorno a Cabo San Juan insieme a tre ragazze tedesche (non preoccupatevi non è l’inizio di un film di Gigi e Andrea), per un altro percorso che culmina su una spiaggia deserta a dir poco sorprendente. La mia avventura nel Parco Tayrona finisce qui. Due giorni molto intensi tra arbusti, spiagge caraibiche e capanne dove l’orologio sembra essersi fermato centinaia di anni fa. Anche questa è Colombia!

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