Un’esperienza dell’Amazzonia

Per prima cosa vi dico che ho mangiato un armadillo. Non pubblicherò la foto di come me lo sono trovato sul piatto per non urtare la sensibilità di nessuno. Ma andiamo per ordine. Potrei raccontarvi dell’amicizia stretta con Giancarlo e Shaly, delle giornate al fiume di Nueva Loja passate insieme alla loro famiglia e alle “particolari” usanze che hanno nella vita di tutti i giorni. Ma forse andrei oltre al titolo di questo articolo. Arriviamo al dunque. Mi trovo col mio zaino caricato in spalla su una sponda del fiume Aguarico. Con me Matias Antonio, un ragazzo cileno (ingegnere civile e capo scout) conosciuto perché prima di me aveva passato qualche giorno in compagnia dei miei nuovi amici. Davanti a noi vediamo avvicinarsi una canoa a motore che cerca di farsi spazio attraverso le correnti del fiume. A bordo un uomo dalla pelle meticcia, gli occhi leggermente a mandorla e il pizzetto poco curato. Risponde al nome di Don Medardo, il capo famiglia che ha accettato di ospitarci.

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Dovete infatti sapere che abbiamo rifiutato di prendere parte al “tour turistico” della foresta amazzonica. Quattro giorni immersi tra foreste sconfinate e animali rari. Si è vero, avrei potuto pescare piranha e osservare di notte gli occhi rossi di una specie particolare di coccodrilli. Il tutto per circa 280 dollari, soggiornando in capanne full optional. Oltre al prezzo a mio avviso troppo elevato non ci vedevo del sentimento. La macchina del turismo a volte può essere pericolosa e gli indigeni sono persone identiche a noi, non indifferenti al denaro e alla globalizzazione. Tramite Giancarlo ho invece trovato un contatto con la Comunità Ancestrale Autonoma Ai. Si tratta di un popolo indigeno che a oggi vanta poco più di duemila persone dislocate tra il nord dell’Ecuador e il sud della Colombia. Quasi nessuno però li chiama ancora Ai. Con la venuta dei coloni spagnoli venne attribuito loro il nome di Cofan, come quello di una pianta curativa molto diffusa nella foresta. Di certo quello di cambiare loro nome non è stato il male peggiore dell’azione colonizzatrice. Tutt’ora peraltro è violenta l’azione di alcune multinazionali del petrolio che stanno distruggendo migliaia di ettari boschivi alla ricerca dell’oro nero. Questo sta mettendo a repentaglio la vita di chi ci abita.
Non posso dire che entrare nel villaggio dei Cofan sia come fare un tuffo nel passato. Perchè non è così. Non so neanche se si può paragonare a uno di quei documentari di Rai Tre. Io la definisco un’esperienza trascendentale. E’ come varcare una porta e accettare delle condizioni di vita e sociali totalmente desuete. Mi ha subito colpito il villaggio perchè non ho trovato persone con buffi gonnellini di paglia o danze popolari di accoglienza. Persone normali dedite al lavoro e alla cura dei figli. Molti turisti cercano invece l’inquadratura giusta per le loro reflex. Roba che se questi indigeni fossero i loro vicini di casa in città non si sognerebbero per nulla al mondo di scoprirne le tradizioni. Giungiamo di fronte a un’abitazione sopraelevata in legno.

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Una specie di palafitta dove sotto scorazzano allegramente galline, oche e pulcini. Ad accoglierci Maria, la moglie di Medardo. In braccio il piccolo Alejandro di cinque mesi mentre Isac, quattro anni, mi fa delle smorfie in cerca di una mia reazione che non tarda ad arrivare. L’interno dell’abitazione è semplicissimo. Due amache, una lunga tavola di legno accostata al muro, tante pentole e tegami agganciati al soffitto. Fa sorridere che di fianco al frigorifero ci sia un amplificatore gigante. Chissà che feste che si faranno!

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Ci sistemiamo di sopra e io vinco il letto, mentre Matias dormirà su un’amaca. Probabilmente si è sparsa la voce nel villaggio dell’arrivo di due stranieri. Vedo infatti arrivare dei bimbi provenienti da un bosco, correndo di tutta fretta. Di colpo si fermano davanti a noi. Sono in sei, compreso un bimbo piccolissimo trasportato a spinta dal fratello sopra un camioncino giocattolo. Un attimo di silenzio. Sguardi curiosi ma molto timidi. Mani impegnate in qualcosa per vincere l’imbarazzo. “Hola Hola como estan?” – rompe gli indugi Matias. Si avvicina il più grande e inizia a tempestarci di curiose domande. Non vi ho però detto una cosa. I Cofan sono una delle poche tribù indigene ad avere mantenuto la propria lingua originaria. Personalmente la trovo una cosa meravigliosa. In diversi però, soprattutto giovani, stanno lentamente imparando anche lo spagnolo. Molti di quei bambini sono scalzi, con maglie bucate, ma hanno una allegria contagiosa e la capacità di giocare e divertirsi con niente. A un certo punto Ighnacio, il bimbo più piccolo, cercando di alzarsi dal camioncino cade a terra di faccia. Scatto in piedi allarmato per vedere come sta. Lui si alza  e mi guarda dritto in volto. Contavo i secondi che ci separavano da un pianto disperato. Inizia invece a ridere di gusto sistemandosi i pantaloncini mentre il fratello lo carica sul camioncino disperdendosi poi di nuovo nella foresta.

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Non ho nulla di così sorprendente da raccontarvi (lo so che state ancora pensando all’armadillo).E’ che la vita in Amazzonia è semplice ma per questo affascinante. Don Medardo mi chiama. Ha bisogno di una mano per preparare il Chukula. Si tratta di una bevanda calda ottenuta pestando ripetutamente con un apposito utensile in legno il platano cotto. Una fatica! E’ incredibile quante cose si possano fare con questo frutto. E dire che prima del mio arrivo in Sud America non ne conoscevo nemmeno l’esistenza. Medardo ha diversi ettari di foresta ereditati da generazioni. Qui raccoglie appunto platano, mango e papaia, oltre a utilizzare le piante come carta o rivestimenti. E’ ora di andare a pesca. Discendiamo giù per la boscaglia fino a un capanno. Dopo aver rimpinguato il motore di benzina e presa l’attrezzatura saliamo a bordo della canoa. Il fiume è piuttosto agitato. Raggiungiamo una specie di duna. Medardo ci dice di scendere e ci mette in mano una rete ciascuno. Odio sentirmi un europeo di città. I miei due “compagni di caccia” a piedi nudi schizzano via tra i sassi prendendo postazione. Io con molta calma li raggiungo. Mi sono sentito come qualche ragazza con la quale sono uscito, che portava il tacco 12 con la naturalezza di un elefante sui pattini. Finalmente arriva il momento. Impugno la rete, seguo le istruzioni e la lancio. A questo va ovviamente sommato il tempo che impiego per andare a controllare se ho preso qualcosa.

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Medardo dal lato suo se la ride tenendo per le mani due pesci appena pescati e altri due nelle tasche dei pantaloni. Di quelli presi utilizziamo la coda per creare delle trappole per pesci più grossi. E’ sorprendente come una tecnica così semplice possa dare grandi risultati. Ritorniamo al villaggio stanchi ma felici, con un buon bottino da consegnare a Maria per la cena. Fuori diluvia. Tutto il villaggio è riunito in un’area comune guardando una partita di pallavolo. Convinto di assistere a un momento unico mi tolgo le scarpe e la maglietta mentre la pioggia si fa ancora più insistente. Due pali di legno, una rete e sei giocatori. Gli uomini a bordo campo a fare il tifo. Le donne con i bambini sotto le tettoie di canne a sghignazzare e osservare da lontano. Questi sono i Cofan, questa è la conclusione di una lunga giornata di lavoro. L’acqua corrente qui non esiste. I bagni sono delle latrine coperte e collocate di fianco a barili di acqua piovana. C’è però un dettaglio che mi fa impazzire. Il villaggio è collocato attorno a tre fiumi che ne delimitano il perimetro. Ciascuna famiglia detiene l’accesso privato a una piccola parte. Quella della “mia famiglia” è una porzione di fiume non tanto grande però immersa in una natura selvaggia e incontaminata. Farsi il bagno desnudo solo, il rumore del vento e la tranquillità. Qualche gallina inopportuna che mi ha seguito per poi ritornare al pollaio completamente fradicia. Naturalezza, pace, armonia.

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Ho fatto la conoscenza del Taita Alejandro, lo shamano del villaggio. Settant’anni suonati e una gran vitalità. Il suo interesse per le piante curative dell’Amazzonia e i riti spirituali lo hanno portato negli anni a studiare e diventare la guida del villaggio. Gli shamani Cofan si contraddistinguono per una piuma di pappagallo conficcata tra le narici e altre due piccole piume arancioni nei lobi. Non vi parlerò volutamente di alcuni rituali shamani ai quali ho partecipato. Perchè sono delle pratiche che hanno secoli di storia e meriterebbero di essere spiegate con precisione. Vi garantisco però che l’energia della foresta amazzonica può creare atmosfere uniche.
Concludo lasciandovi con tre immagini:
– Due bambini di non più di quattro anni che alle sei della mattina davano da mangiare alle galline sull’uscio di casa;
Decine  di lucciole che di notte danzano illuminando la foresta;
– Una famiglia di scimmie che con la coda si ciondola bellamente di albero in albero.

Questa è stata la mia “esperienza dell’Amazzonia” quattro giorni intensi, semplici ma straordinariamente vivi!

Ps: Lo so che c’è qualcuno di voi che sta ancora pensando all’armadillo. Vi dico solo questo…sa incredibilmente di pollo!!.

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3 pensieri riguardo “Un’esperienza dell’Amazzonia

  1. Racconto e vissuto meraviglioso!!grazie!!
    Stavo guardando scoraggiata racconti sull’amazzonia e poi finalmente è arrivata la tua storia! ..immagino che sia quasi impossibile da ripetere vero?!

    Mi piace

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