Potosi’- Un’esperienza esplosiva

Vi è mai capitato di sentirvi dentro a un “carrozzone turistico” ma ormai avevate già pagato e non rimaneca altro che andare lo stesso? Mi trovo a Potosí, il capoluogo dell’omonima regione nel sud della Bolivia. Qui vivono duecentomila persone di cui oltre quindicimila lavorano nelle miniere presenti in paese.

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Decido di prendere parte al tour che in 4 ore mi porterà a conoscere di più su questa attività. Al mio arrivo mi muniscono di una tuta grigia, stivali e un casco con torcia elettrica. Sono insieme ad un gruppo di argentini di Buenos Aires. Ci dicono che prima dell’ingresso in miniera dovevamo comprare qualche “regalo” per i minatori. Aranciata, foglie di coca, alcool e sigarette che ci avrebbero permesso di poter interagire con loro. “Lo sapevo, mi sono infilato nel classico siparietto turistico con tanto di vestiti di scena“, ho pensato.

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Entriamo dentro la miniera. È buio e l’aria è fortemente viziata dalla polvere. Il vicolo è stretto e delle rotaie occupano buona parte del passaggio. Si avverte un rumore metallico venire da dietro. “Svelti mettetevi da una parte” urla decisa la guida. Di tutta fretta si fa spazio nella penombra un carrello carico di pietre spinto a fatica da due ragazzi. Scendiamo di trenta metri sotto terra. Le scale sono ben assicurate alla parete ma la polvere non facilita a volte la presa. Incontriamo Víctor, uno dei veterani della miniera con i suoi venticinque anni di servizio. Gli regaliamo un’aranciata e una bottiglietta con il 95% di alcool. Ci racconta della sua vita dentro a quei sotterranei e a come con il tempo ci si abitui a tutto, fino a sentire nostalgia per quei posti. Passano altri due ragazzi, spingendo un carrello carico di minerali. In quel sito sono presenti oltre duecento cave e non è ancora possibile stimare per quanto tempo verrà estratto minerale.

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Noto che questi due ragazzi hanno una guancia più gonfia dell’altra. Mi viene spiegato che si tratta di una “palla” fatta di foglie di coca per accusare meno dei problemi respiratori. Dietro di loro due ragazzini. Uno dei due aveva appena quindici anni. In mano avevano dei candelotti di dinamite. Andavano alla scoperta di nuove pareti dove poter estrarre argento e rame. Mentre stiamo parlando con un altro minatore irrompe un enorme boato poco distante da noi.Le ragazze del gruppo si buttano a terra in preda al panico. I due ragazzi di prima avevano appena fatto esplodere una parete!Si susseguono altre esplosioni, ciascuna delle quali riesce a fare un buco di oltre due metri di diametro. L’atmosfera è a metà tra il divertito e l’essere proti a scappare. Ritorniamo in superficie e passiamo dalla stanza dove si trova il TIO. Si tratta di una statua a forma di diavolo, con l’attributo maschile in tiro, al quale i minatori si rivolgono per chiedere prosperità e buone estrazioni all’interno della miniera. Loro credono infatti che questo diavolo faccia l’amore con la madre terra aiutandola a creare minerali. Come omaggi, questa statua è contornata da bottiglie di alcol, foglie di coca e sigarette che vengono accese e messe nelle mani dello Tío. Che cosa mi ricorderò di questa giornata esplosiva?? Di bello conserverò sicuramente l’esperienza. Sembrava di essere in una scena di Indiana Jones. E poi l’incontro con i minatori. Volti, storie e vite così diverse che meritano di essere ascoltate. Mi ha peró dato molto fastidio vedere le condizioni di insicurezza e scarsa tutela della salute nelle quali i minatori sono costretti a vivere. Il compromesso, quello di portare il pane alla propria famiglia che a volte può essere pagato caro, anche con la vita.

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