Cile: la dittatura in un murales

Mi ricordo che quando andavo a scuola proprio non comprendevo il perchè dovessi studiare Storia. Imparavo “la pappardella” di dati ed eventi da dire e portavo a casa il mio risultato. Intanto erano tutte cose già passate spesso centinaia di anni fa, che beneficio pratico avrei potuto averne pensavo. “La vita è adesso” mi ricordava Baglioni dalla radio. Poi sono stato in Sudamerica, dove la loro storia la conoscono tutti molto bene e senza dover imparare qualcosa a memoria. Si perchè le condizioni di continua oscillazione economica e sociale nella quale si trovano, ciascuno alla propria maniera, sono dovute a corsi e ricorsi storici spesso causati da Paesi che all’ora di Storia proprio non hanno mai preso parte. Mi trovavo a Santiago del Cile e con due amiche decisi di andare a visitare Il Museo della Memoria, senza sapere veramente cosa mi avrebbe aspettato.  A distanza di mesi la ricordo come la più importante esperienza vissuta nella capitale cilena. Era la mattina dell’11 settembre del 1973 quando il Cile si svegliò con la notizia che delle milizie a bordo di carri armati dalla città costiera di Valparaiso si stavano muovendo alla volta di Santiago capitale. Una radio locale divulga un comunicato audio del Presidente Salvador Allende, che dal Palazzo dell’Orologio, la sede del Governo, diffondeva calma e assoluto controllo della situazione. Cronache successive riveleranno che era proprio quello lo stato d’animo del Capo di Stato. Sapete chi comandava quelle milizie armate? Un certo Augusto Pinochet, che detta così potrebbe essere una persona qualunque. Si trattava invece del generale che Allende volle a capo della Difesa. Insomma, troppo spesso si ripropone la legge del “vatti a fidare di chi ti porti in casa”. Le ore passano, i carri armati giungono davanti al Palazzo di Governo. Pinochet entra seguito da scagnozzi armati. Le cronache dell’epoca riportano che ancor prima dell’entrata di Pinochet, Salvador Allende si fosse già suicidato con un colpo di pistola alle tempie. Su questa ricostruzione permane ancora più di un dubbio. Quello che è certo però è che da quel momento, con l’autoelezione di Pinochet a Presidente del Cile, la storia del Paese “a forma lunga” stava prendendo una strada buia e drammatica, quella della dittatura. Non so se riusciamo veramente a renderci conto della tragica portata di questo evento. Il fatto di forzare delle idee e delle decisioni è già di per sè qualcosa di riprovevole dal quale dover prendere subito le distanze.

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Ma poi c’è la violenza: si parla di oltre 600 mila persone strappate arbitrariamente dall’affetto delle proprie famiglie per venire rinchiusi in campi di internamento dove venivano torturati e spesso uccisi. Migliaia di delitti “esemplari”, migliaia di persone di cui si sono perse completamente le tracce. Nel Museo della Memoria è esposto il dolore, la testimonianza scritta e visiva di come si possa governare per quasi diciotto anni attraverso il terrore. Si perchè Pinochet governò fino al 1990 quando, probabilmente tronfio di potere, decise di fare un atto di supremazia ponendo ai voti attraverso un referendum la propria permanenza al potere. Perse di pochissimo. La sua dittatura stava per diventare maggiorenne e con esso la maturità di un terrore che aveva plasmato menti a sua immagine e somiglianza. In Cile questa ferita è ancora aperta. Perché non si parla di persone venute a mancare, mai dei genitori del receptionist dell’ostello, lo zio dell’amica conosciuta durante un giro in centro. È un ricordo chiaro. Si parla che dietro al Colpo di Stato cileno ci fosse il Governo americano di Richard Nixon e della Cia.”El loco” Sudamerica doveva essere in qualche modo controllato e con esso le innumerevoli risorse minerarie presenti nel sottosuolo. Chissà poi come sono andate le cose. Chissà di chi era il dito che toccando la prima pedina ha innescato questo sanguinoso effetto domino. Nella città di Forlì è presente un murales che dà una malinconica rappresentazione di quanto accaduto in Cile. A curarne la restaurazione insieme ai ragazzi dell’Istituto d’Arte, Eduardo “Momo” Carrasco, uno dei tanti cileni che da quell’11 settembre lì sono dovuti scappare dalla terra che orgogliosamente chiamavano casa. Credo non sia importante dove si voglia apprendere la Storia, che sia un libro, un racconto o un muro. Purchè lo si faccia.

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