Cile: la dittatura in un murales

Mi ricordo che quando andavo a scuola proprio non comprendevo il perchè dovessi studiare Storia. Imparavo “la pappardella” di dati ed eventi da dire e portavo a casa il mio risultato. Intanto erano tutte cose già passate spesso centinaia di anni fa, che beneficio pratico avrei potuto averne pensavo. “La vita è adesso” mi ricordava Baglioni dalla radio. Poi sono stato in Sudamerica, dove la loro storia la conoscono tutti molto bene e senza dover imparare qualcosa a memoria. Si perchè le condizioni di continua oscillazione economica e sociale nella quale si trovano, ciascuno alla propria maniera, sono dovute a corsi e ricorsi storici spesso causati da Paesi che all’ora di Storia proprio non hanno mai preso parte. Mi trovavo a Santiago del Cile e con due amiche decisi di andare a visitare Il Museo della Memoria, senza sapere veramente cosa mi avrebbe aspettato.  A distanza di mesi la ricordo come la più importante esperienza vissuta nella capitale cilena. Era la mattina dell’11 settembre del 1973 quando il Cile si svegliò con la notizia che delle milizie a bordo di carri armati dalla città costiera di Valparaiso si stavano muovendo alla volta di Santiago capitale. Una radio locale divulga un comunicato audio del Presidente Salvador Allende, che dal Palazzo dell’Orologio, la sede del Governo, diffondeva calma e assoluto controllo della situazione. Cronache successive riveleranno che era proprio quello lo stato d’animo del Capo di Stato. Sapete chi comandava quelle milizie armate? Un certo Augusto Pinochet, che detta così potrebbe essere una persona qualunque. Si trattava invece del generale che Allende volle a capo della Difesa. Insomma, troppo spesso si ripropone la legge del “vatti a fidare di chi ti porti in casa”. Le ore passano, i carri armati giungono davanti al Palazzo di Governo. Pinochet entra seguito da scagnozzi armati. Le cronache dell’epoca riportano che ancor prima dell’entrata di Pinochet, Salvador Allende si fosse già suicidato con un colpo di pistola alle tempie. Su questa ricostruzione permane ancora più di un dubbio. Quello che è certo però è che da quel momento, con l’autoelezione di Pinochet a Presidente del Cile, la storia del Paese “a forma lunga” stava prendendo una strada buia e drammatica, quella della dittatura. Non so se riusciamo veramente a renderci conto della tragica portata di questo evento. Il fatto di forzare delle idee e delle decisioni è già di per sè qualcosa di riprovevole dal quale dover prendere subito le distanze.

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Ma poi c’è la violenza: si parla di oltre 600 mila persone strappate arbitrariamente dall’affetto delle proprie famiglie per venire rinchiusi in campi di internamento dove venivano torturati e spesso uccisi. Migliaia di delitti “esemplari”, migliaia di persone di cui si sono perse completamente le tracce. Nel Museo della Memoria è esposto il dolore, la testimonianza scritta e visiva di come si possa governare per quasi diciotto anni attraverso il terrore. Si perchè Pinochet governò fino al 1990 quando, probabilmente tronfio di potere, decise di fare un atto di supremazia ponendo ai voti attraverso un referendum la propria permanenza al potere. Perse di pochissimo. La sua dittatura stava per diventare maggiorenne e con esso la maturità di un terrore che aveva plasmato menti a sua immagine e somiglianza. In Cile questa ferita è ancora aperta. Perché non si parla di persone venute a mancare, mai dei genitori del receptionist dell’ostello, lo zio dell’amica conosciuta durante un giro in centro. È un ricordo chiaro. Si parla che dietro al Colpo di Stato cileno ci fosse il Governo americano di Richard Nixon e della Cia.”El loco” Sudamerica doveva essere in qualche modo controllato e con esso le innumerevoli risorse minerarie presenti nel sottosuolo. Chissà poi come sono andate le cose. Chissà di chi era il dito che toccando la prima pedina ha innescato questo sanguinoso effetto domino. Nella città di Forlì è presente un murales che dà una malinconica rappresentazione di quanto accaduto in Cile. A curarne la restaurazione insieme ai ragazzi dell’Istituto d’Arte, Eduardo “Momo” Carrasco, uno dei tanti cileni che da quell’11 settembre lì sono dovuti scappare dalla terra che orgogliosamente chiamavano casa. Credo non sia importante dove si voglia apprendere la Storia, che sia un libro, un racconto o un muro. Purchè lo si faccia.

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I semi della speranza in Colombia

La prima volta che arrivai in Colombia avevo “montati” gli occhi di un occidentale. E allora giù di confronti: “Ah, è come l’Italia negli anni ’60”. Famiglie numerosissime, gli amici che si danno del Lei tra loro, l’anziano che spinge il carretto dei gelati suonando una campanella, feste paesane con fisarmonica, “che problema hai per non avere figli dopo i 30 anni” (ma forse questa è un’argomentazione internazionale). Le culture sono differenti e basta. I paragoni non sussistono, cadono come un castello di carte al primo spiffero d’aria. Invece è un errore che facciamo troppo spesso. Quello di uscire fisicamente dai nostri confini territoriali ma di non renderci conto di dove stiamo realmente andando.

totalone 01 nov 2016 1184La Colombia ha un passato tenebroso. Con la violenza sono stati soggiogati i sogni di intere generazioni. Il clima tropicale favorisce la coltivazione di una pianta dalla quale si produce una droga, la cocaina, il cui controllo del mercato annebbia la ragione e seminava morte. Dimenticatevi Narcos e annoiati uomini coi baffi che legano con banconote altrettante migliaia di banconote. Quello che troverete saranno solo tour confezionati nella città di Medellin o un giro in barca in una delle vecchie e sontuose ville di Escobar di fronte a El Peñol di Guatapè. Fate il vostro giro e poi dimenticatevene rapidamente. Perchè la Colombia è cambiata. Non è stata la firma di un accordo di pace a farlo. E’ un processo lento, educativo, che è in corso già da anni. C’è una generazione studentesca pronta a dire la sua. Preparata, con una conoscenza del panorama economico e politico mondiale che mi ha letteralmente spiazzato. Sappiamo tutti nel nostro piccolo che l’abitudine può generare danni. Plasma la mente, ti fa vedere normale e giusto quello che agli occhi degli altri proprio non lo è. I colombiani sono persone assurde! Hanno subito cinquant’anni di guerra e violenze, niente di più facile per entrare nell’effetto “cane randagio”. Diventare cioè persone scontrose, diffidenti e facilmente irritabili. Invece no, hanno rotto pure questo pregiudizio. Si respira curiosità, forte interesse nel conoscere culture straniere con le quali confrontarsi e tanta leggerezza. In Colombia ora è tempo di progetti. Giovani cresciuti pensando giorno per giorno a come sopravvivere ora si ritrovano con speranza a pianificare il proprio futuro. Sono questi piccoli semi che arricchiscono un patrimonio naturale e sociale già meravigliosamente unico. Anch’io mi sono imbattuto davanti a dei semi di speranza. E’ stato un incontro casuale, fatto su una pagina internet ancora prima di arrivare in Colombia per la prima volta. Avevo paura lo ammetto, ma la decisione di lasciarmi andare (esercizio che ripeterò poi spesso) fu una delle scelte migliori fatte in questo viaggio. Ricordo ancora chiare le sensazioni.

totalone 01 nov 2016 1238Arrivo in bus e l’autista scarica il mio zaino in una strada polverosa molto vicino a un mercato. Gente che camminava frettolosamente si sommava a venditori ambulanti, persone ai bordi delle strade concentrate a fissare quello straniero dal bagaglio ingombrante. Avevo appena fatto il mio ingresso a La Mesa, una piccola realtà paesana a due ore di bus da Bogotà. E’ curioso come un piccolo centro sia stato chiamato Il Tavolo. Su questo tavolo però è proprio imbadito di tutto. Vecchie tradizioni, frutti tropicali, giovani alla moda, la vita rilassata di paese, il tutto contornato dalle immancabili canzoni di salsa e reaggeton pompate a tutto volume. Ci sono due modi per conoscere il mondo che ci sta attorno. O ci muoviamo e andiamo a conoscerlo personalmente o facciamo in modo che sia lui ad entrare nel nostro quotidiano. Quest ultimo concetto è quello che hanno pensato Ricardo e Jairo quando decisero di aprire The Table Foundation. Non è facile per gli abitanti de La Mesa poter viaggiare. In primis per il cambio del pesos colombiano ma soprattutto per le rigide regole che condizionano la Visa per poter uscire dal Paese. Il loro progetto è un intercambio culturale. I viaggiatori stranieri che arrivano nella loro Fondazione potranno vivere così la vera cultura colombiana, ben lontana dai caotici ritmi della capitale Bogotà. Camminate in meravigliose cornici tropicali e l’incontro coi bambini dei vari collegi per parlare della propria cultura e scambiare qualche chiacchiera in un inglese basico faranno il resto. “In cambio” questi due giovani sognatori chiedono idee, modi di arricchirre di esperienze la loro piccola frazione. Chi mi ha seguito dall’inizio del mio viaggio sà che organizzai due lezioni di pasta fatta in casa. Mi sembrava la maniera più semplice e diretta per far conoscere un pò della tradizione italiana.

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Si sono presentate trenta persone di tutte le età munite di mattarello e tanta voglia di imparare. Tagliatelle e cappelletti sono stati l’oggetto di queste due divertenti serate. Non dimenticherò mai il volto commosso di una signora che, venendomi a ringraziare, mi ha detto di essere felice per aver la possibilità di cucinare qualcosa di diverso e buono per i propri figli. Quella Fondazione è un cantiere di progetti ambiziosi e quotidianità. Nella pagina Facebook The Table Foundation potrete conoscere molto di più in merito a questo spaccato di vita sudamericana. Se interessati potrete anche sostenere le loro iniziative donando un piccolo contributo.
Perchè questa non è una serie tv, è solo una bella storia ambientata in Colombia.

Ma la libertà fa bene?

“Il mondo intero ama la libertà, eppure ogni creatura ama le sue catene. Questo è il primo paradosso e il nodo inestricabile della nostra natura” (A. Gosh). Non mi ero mai chiesto veramente cosa rappresentasse per me la libertà. Penso che sia uno di quei valori che ognuno di noi mette dentro al suo podio ideale ma poi non sappiamo veramente cosa voglia dire. C’è sempre qualcosa che non va. Ci sentiamo spesso rinchiusi da alcune situazioni che ci mettono in gabbia. Non starò qui a scrivere di quali siano queste gabbie. Sono tante e ognuno tiene le sue. Penso anzi che a volte facciano bene.

IMG_3225E’ l’atteggiamento quello che fa la differenza. Può essere molto pericoloso infatti cadere dentro alle situazioni senza chiedersi se quel compromesso continui a essere per noi una fonte di accrescimento o l’inizio di un lento consumo di energie mentali e vitali. Ma tutta questa sognata libertà fa poi così bene? Io la assaporo ogni giorno da circa un anno. E’ una libertà di tempo e azioni quasi incondizionata. Nessun vincolo, solo quelli morali, che ti dà la opportunità di essere dove vuoi e quando vuoi. La libertà più ambita è proprio quella del tempo. Avere tempo mi rende libero di essere me stesso e questo mi permette di cercare la lucidità di fare le scelte che in quel determinato momento ritengo giuste. E’ un atteggiamento insito nei backpackers di tutto il mondo. Si viaggia leggeri con programmi a corto raggio perchè dietro l’angolo si può trovare una novità che ravviva la nostra anima e ci fa prendere subito un altro percorso. Se penso a un atteggiamento che identifichi il mio essere libero è sicuramente quello di cantare. Essere libero per me vuole dire cantare. Canto quando sono leggero, quando godo del tempo che mi sto dedicando.I miei must sono in montagna e in aeroporto. Mi sono chiesto perchè mi capiti in un luogo di passaggio come l’aeroporto. Io credo perchè ho avuto la libertà di scegliere la mia prossima destinazione. Sedersi in un bar e aspettare il momento dell’imbarco curiosi di sapere quello che succederà.

IMG_5361La libertà porta con sè il fascino dell’ignoto. Se si assapora la libertà si è lontani dalla logica del “si è sempre fatto così”. Cercare nuove strade è uno stimolo naturale che affascina prima e invita a migliorarti poi. Ma quanto sappiamo utilizzare tutto questo? La libertà è davvero una strada per la felicità? E’ un’arma pericolosa, ti ferisce nel momento esatto nel quale non sai come gestirla. La libertà va gestita. Forse dovremmo inventare una Palestra della Libertà. Detta così suona come una nuova proposta politica che al solo pensiero mi dà il voltastomaco. Dovremmo allenarci ad essere liberi. Il rischio è infatti quello di trovarci davanti a infinite soluzioni e avere paura di iniziare ogni nuovo percorso. Si perchè se non sei allenato hai paura. Perdiamo tempo a inveire contro al sistema che ci confonde e incanala verso egoistiche pratiche consumistiche e poi quando abbiamo la possibilità di fare un’azione coscente perdiamo tempo indecisi. Anch’io ho avuto paura di essere libero e spesso ce l’ho ancora. Partire per un viaggio lungo senza una meta prestabilita, ad esempio, è un concentrato di adrenalina e paura. Tante opportunità, forse troppe.

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La notizia è che voi siete l’allenatore e non l’atleta. Chi necessita di allenarsi duramente si trova nel punto più alto del vostro corpo e risponde allo pseudonimo di cervello. Parlateci, programmate gli orari e le sessioni e fate in modo di non essere troppo esigenti con lui. Abbiate cura del vostro atleta ma invitatelo a essere disciplinato. Perchè la felicità è personale e non etichettabile, cerchiamo di arrivarci allenati.

Essere un italiano in Argentina

Non sò perchè ma sono sempre stato attratto dall’Argentina. Sarà per i calciatori che giocavano nel nostro campionato, spesso un concentrato di grinta e tenacia. Sarà per la curiosità di vedere sulla cartina geografica un Paese grande quanto un continente. O forse per la parola Patagonia, che riecheggiava nelle mie orecchie e con la mente mi portava alle zone più a sud del mondo. È giugno dello scorso anno e manca poco alla mia partenza. Un’amica mi fa conoscere alcune coppie di argentini residenti a Faenza che una domenica al mese si ritrovano a mangiare insieme asado, bere mate e rispolverare vecchi aneddoti sulla loro terra lontana. Decido di accettare l’invito. Passiamo più di otto ore a tavola tra chiacchiere e buon cibo. Ognuno dei presenti mi raccontò almeno un aneddoto o il nome di un luogo che non potevo assolutamente perdermi. Ricordo che al momento degli abbracci finali uno di loro mi disse: ” Vedrai che l’Argentina ti incanterà, tutti ti chiameranno Tano e ti porteranno molto rispetto”. Torno a casa incuriosito e tronfio per la maratona culinaria.

[001626]Ora facciamo un salto in avanti a marzo di quest’anno. Mi trovo in un pub di El Calafate, nella Patagonia argentina, bevendo una birra con Agustin, un ragazzo uruguagio che mi ha ospitato per un paio di giorni, e tre ragazze francesi in vacanza. A un certo punto si uniscono alla conversazione due uomini che scopriremo poi essere due guide al ghiacciaio Perito Moreno. Uno dei due, probabilmente accortosi del mio accento poco spagnolo, mi chiede da dove provenissi. Alla mia risposta allarga le braccia e dice: “Ma ciao bambino, io parenti Puglia!“. Prima che facessi in tempo a dire qualcosa emette un fischio verso un amico: “Jorge vieni qua che c’è un Tano”. Jorge inizia subito a raccontarmi la storia dei suoi bisnonni marchigiani e in men che non si dica organizza con i colleghi per il sabato seguente un pranzo di asado in mio onore. “Perchè tu Tano Mati un asado buono come lo cuciniamo noi non lo hai provato in nessuna parte del mondo”. Sentirò ripetere questa frase da diverse persone lungo il mio viaggio.

IMG_9410Io non ero assolutamente a conoscenza della forte immigrazione italiana avvenuta in Argentina a seguito delle due guerre mondiali. Si stima infatti che il cinquanta per cento della popolazione argentina attuale abbia “sangue” italiano. Ovvero che almeno un discendente diretto della loro famiglia provenga dal nostro Paese. C’è da dire poi che questo rispetto i nostri connazionali se lo sono guadagnato mettendosi subito al lavoro e trasmettendo diverse tecniche in particolare nel settore agricolo, artigiano e ovviamente della ristorazione. Dovete sapere poi che in occasione del conflitto tra Argentina e Inghilterra per il dominio delle Isole Malvinas (o Falkland a seconda dell’interlocutore) l’allora Presidente Pertini fu uno dei pochi rappresentanti di Stato mondiali a schierarsi dalla parte biancoceleste.

17201116_1376948455712882_7523519122164542636_nMa proseguiamo con la storia. Passai duecento chilometri e le due frontiere che dividono le città di Santiago del Cile e Mendoza in compagnia del signor Ugo Di Giuseppe, di nonni siciliani, gentilmente fermatosi alla mia richiesta di autostop. Arrivati a Mendoza si accosta con la macchina a lato di una strada oggetto di manutenzione con gli operai al lavoro. Non ci accorgiamo della presenza di un poliziotto che si dirige verso di noi con il taccuino delle multe pronto all’uso. Ugo tira giù il finestrino e dice: “Mi scusi agente, lascio qui il Tano e me ne vado subito”. Il poliziotto cambia immediatamente lo sguardo arricciato in un sorriso e guardandomi risponde: “Non si preoccupi, benvenuto nella nostra città”.

IMG_9677Essere italiano in Argentina è molto divertente e ti apre delle possibilità di socializzazione che altrimenti dovresti conquistarti con più fatica. Ti ritrovi davanti a un’opportunità.
Essere un italiano in Argentina presenta a mio avviso questi vantaggi:

  • Verrete coinvolti in piacevoli conversazioni riguardo alle origini italiane di chi vi sta parlando, venendo alla conoscenza di alcune piccole frazioni della bassa Lucania o del Trevigiano delle quali ignoravate bellamente l’esistenza. A volte sono io che inizio chiedendo il paese di origine dei bisnonni. Conoscere una diversa cultura, diverse tradizioni, partendo da ciò che più ci accomuna.
  • Se lo vorrete riceverete facilmente ospitalità. È probabile che ci metta anche del mio. Se in tutto il Sudamerica sto ricevendo tanto affetto gratuito, anche solo per mangiare qualcosa e fare quattro chiacchiere, in Argentina l’essere italiano ti fa sentire come a casa. Genera curiosità e fa riaffiorare il ricordo di radici che molti non hanno ancora avuto l’occasione di poter conoscere.
  • La cucina argentina è la più simile alla nostra cultura gastronomica. Troverete facilmente ottima pasta, pizza, pane e uno dei vini più apprezzati del continente latinoamericano. Parola di viaggiatore che dopo mesi ha ritrovato finalmente il sorriso a tavola! Se poi siete dei barbeque lover beh, benvenuti in Paradiso! L’asado è quello che chiamiamo più comunemente grigliata, con la differenza che gli argentini sono soliti grigliare tutte le parti di una mucca (prorio tutte). L’argentino medio non può vivere senza carne (venivo preso in giro quando preparavo un’insalata mista) e mangia asado almeno una volta alla settimana, soprattutto alla domenica quando la famiglia si riunisce.

Sono poche a mio avviso invece le “controindicazioni” che ci portiamo dietro:

  • Verrete subito considerati dei cuochi professionisti. Le persone che incontrerete si aspetteranno da voi una produzione incessante di impasti, ragù e ottimi dolci. Io sono uno di quelli che cucina per sopravvivere. Sono orgoglioso dei miglioramenti ottenuti in cucina e devo dire che negli altri Paesi sudamericani ho spesso “fatto il bello” cucinando qualche piatto semplice ma dal risultato ai loro occhi sorprendente. In Argentina non è possibile! Sono tutti molto bravi e abituati a cucinare che dovrete inventare qualcosa di nuovo per calmare il dilagare di incessanti richieste.
  • L’Italia è considerata la capitale mondiale della Moda. Vi guarderanno tutti con curiosità in attesa che sfoggiate qualche nuovo capo di abbigliamento o un nuovo taglio di capelli che possa fare tendenza.
  • La “puteada” argentina, ovvero il fitto vocabolario di parolacce e gestualità è chiaramente di origine italiana. Il Sudamericano è per definizione una persona molto garbata a parole eccezion fatta per l’argentino che se vuole non perderà tempo nell’indicarvi la direzione che porta rapidi “a quel paese”.

L’Argentina è qualcosa di così immenso e affascinante che non merita di essere racchiuso in una definizione. Ad ogni modo, sono felice di poterla scoprire guardandola con gli occhi di un Tano.

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Lavoro mentre viaggio..ma dici davvero?

ATTENZIONE!! La lettura di questo articolo è altamente sconsigliata a fiscalisti, garanti del diritto e del facciamo le cose come si deve. Consiglio invece a sognatori, amanti del SI PUO’ FARE e del PERCHE’ NO, di perdersi con il sorriso tra queste righe. Che vi piaccia o no siamo totalmente immersi nella sharing economy. La crisi globale e l’attenzione ad evitare il superfluo hanno portato alla nascita di grandi colossi della condivisione mondiale. Oramai si condivide tutto: un divano, la macchina, le case e addirittura le barche. Tutto questo ha creato nuove opportunità, una mobilità più economica e la scoperta di un misterioso compagno chiamato Mondo. Si perchè prima di affrontare un viaggio il nostro cervello codifica sempre la stessa frase: “Costa troppo, non me lo posso permettere!”. Mi immagino una riunione sindacale dei neuroni mentre si interrogano preoccupati sul futuro del proprio mestiere. Si perchè ora non ci sono più scuse:  Viaggiare a lungo è possibile, in maniera facile ed economica. Viaggiare per me rappresenta mescolarsi con una nuova cultura, mangiare e parlare insieme, confrontarsi e inevitabilmente..aprire la mente. Sono ormai tante le opportunità per poter lavorare per brevi periodi di tempo in cambio di vitto e alloggio. I siti più famosi sono su tutti Workaway, Helpx e il neonato Worldpackers. Il gioco è semplice. Pagando un feed d’ingresso avrete accesso a tutta la banca dati mondiale di realtà offerenti queste opportunità. Le più frequenti riguardano farm, progetti di agricoltura sostenibile e ostelli. Ci sono poi tante persone che necessitano di aiuto per avviare attività o per piccoli lavori quotidiani.

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La farm di Trubschachen – Svizzera tedesca

Il minimo comun denominatore è questo: mezza giornata di lavoro per quattro o cinque giorni settimanali in cambio di una camera dove dormire e dei pasti per tutta la settimana. In poco tempo viaggiatori di tutto il mondo hanno approfittato di questa meravigliosa opportunità per spendere lunghi periodi di viaggio risparmiando e vivendo un’esperienza unica. Non ci sono leggi al momento che regolano questo scambio. Si basa tutto su un compromesso verbale tra le parti. Io lavoro per te (spesso senza esserne qualificato) e tu mi ospiti mettendo a disposizione degli spazi adeguati per il mio soggiorno. Si tratta a mio avviso di un accordo, interrompibile in ogni momento, senza che altri ci mettano le mani sopra per legiferare inutili e costosi iter burocratici. Spesso per alcuni host, in primis gli ostelli, è un notevole risparmio di denaro. Vi posso però garantire che per un viaggiatore zaino in spalla è un’opportunità altrettanto imperdibile. Prima di raccontarvi brevemente le mie esperienze ecco qualche consiglio:

  • Fate un’assicurazione personale di viaggio. Molti host la richiedono e in ogni caso è una tutela che vi farà lavorare molto più serenamente.
  • Contattate solo gli host che già tengono recensioni positive. Questo è solo un mio personalissimo punto di vista. Se siete alle prime armi e poco abituati a questo tipo di esperienze, leggere il commento di chi è stato prima di voi vi aiuterà a rompere il ghiaccio.
  • Contattate l’host e siate chiari nelle vostre intenzioni. Anche se non retribuito si parla pur sempre di lavoro. Prima di partire risolvete ogni dubbio, soprattutto quelli in merito all’orario e alla vostra sistemazione.
  • Non fate l’errore di sentirvi come a casa vostra. La maggior parte degli host che vi riceveranno sono abituati ad avere viaggiatori stranieri in giro per casa. Fa parte del gioco e dello scambio internazionale che molti cercano. Ricordate però sempre di non approfittare troppo di tanta disponibilità. Una volta fatto il vostro lavoro avrete tutto il tempo per rilassarvi o di partire alla scoperta dei dintorni.
  • Domandate al vostro host curiosità e informazioni per scoprire i posti più insoliti e meno turistici delle vicinanze.
  • Quasi tutti gli host tengono un libro dote tutti gli helper lasciano un saluto. Se non lo trovate..perchè non crearne uno voi?
  • Al termine del viaggio ricordatevi sempre di lasciare un feedback sul vostro host. Aiuterà sicuramente qualche altro viaggiatore in cerca in partenza.

Nei tre articoli che seguono vi racconto le emozioni che ho provato nel ruolo di giardiniere in Svizzera e Olanda:

https://segirovagandoio.com/2015/09/18/lelogio-della-lentezza/

https://segirovagandoio.com/2015/10/26/tutte-le-strade-portano-a-roma/

https://segirovagandoio.com/2015/09/11/me-damander-si-je-suis-heureux/#more-129

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Il team di lavoro con Nadia – Bruxelles

In questo momento mi trovo in Argentina, a San Carlos de Bariloche. Dopo nove mesi di vagabonding in giro per il Sudamerica avevo la necessita di fermarmi per un tempo. Io utilizzo la piattaforma di Helpx. Pagando venti euro ho per due anni l’accesso alla loro banca dati mondiale. Fu così che quando mi trovavo a Ushuaia, la città più a sud del mondo, cercai qualche soluzione di lavoro che rapisse la mia attenzione. Mi sono imbattuto nell’Hostel Achalay di Bariloche, una località turistica molto conosciuta per i trekking estivi e lo sci invernale. Lavoro su quattro turni da otto ore ciascuno. In questo modo ho tre giorni liberi di seguito che utilizzo spesso per fare escursioni o semplici passeggiate lungo il Lago Nahuel Huapi. Già dalle recensioni mi era arrivato chiaro un messaggio: Achalay non era solo un semplice ostello, ma una famiglia. Al mio arrivo sono stato abbracciato da tutti i colleghi e coinvolto in una cena tutti insieme. Il lavoro in reception è articolato, ho dovuto investire alcuni giorni per capirne bene il funzionamento. Ora mi diverto ad accogliere i turisti, illustrare loro i possibili tour e risolvere piccole problematiche. Ogni giorno prepariamo il pane e la marmellata. Piccole attenzioni, piccoli gesti che credo facciano la differenza. Con Pablo e Florencia, i due titolari, c’è stato da subito un buon feeling. Adesso Pablo, ultras sfegatato del Boca Jr, mi vuole portare con lui a Buenos Aires a vedere una partita nella storica Bombonera..ovviamente non vedo l’ora! E’ la prima volta che mi fermo per così tanto tempo.

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La mia prima esperienza in un ostello – Bariloche

Il lavoro in ostello richiede una permanenza minima di almeno un mese. Niente di più giusto, considerato il fatto che si lavora a contatto con le persone in un ambiente totalmente nuovo. Sono arrivato qui pensando di riposarmi e staccare la spina. Mi sto accorgendo invece di stare viaggiando molto di più di quanto fatto negli ultimi nove mesi. Il mio punto di vista messo a confronto con quello di decine di viaggiatori. Su tutti i miei colleghi, storie di vita controcorrente come la mia che mi stanno facendo molto riflettere.
Ora che hai capito che si può fare dimmi, da quale destinazione inizierai il tuo prossimo viaggio?.

Un’esperienza dell’Amazzonia

Per prima cosa vi dico che ho mangiato un armadillo. Non pubblicherò la foto di come me lo sono trovato sul piatto per non urtare la sensibilità di nessuno. Ma andiamo per ordine. Potrei raccontarvi dell’amicizia stretta con Giancarlo e Shaly, delle giornate al fiume di Nueva Loja passate insieme alla loro famiglia e alle “particolari” usanze che hanno nella vita di tutti i giorni. Ma forse andrei oltre al titolo di questo articolo. Arriviamo al dunque. Mi trovo col mio zaino caricato in spalla su una sponda del fiume Aguarico. Con me Matias Antonio, un ragazzo cileno (ingegnere civile e capo scout) conosciuto perché prima di me aveva passato qualche giorno in compagnia dei miei nuovi amici. Davanti a noi vediamo avvicinarsi una canoa a motore che cerca di farsi spazio attraverso le correnti del fiume. A bordo un uomo dalla pelle meticcia, gli occhi leggermente a mandorla e il pizzetto poco curato. Risponde al nome di Don Medardo, il capo famiglia che ha accettato di ospitarci.

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Dovete infatti sapere che abbiamo rifiutato di prendere parte al “tour turistico” della foresta amazzonica. Quattro giorni immersi tra foreste sconfinate e animali rari. Si è vero, avrei potuto pescare piranha e osservare di notte gli occhi rossi di una specie particolare di coccodrilli. Il tutto per circa 280 dollari, soggiornando in capanne full optional. Oltre al prezzo a mio avviso troppo elevato non ci vedevo del sentimento. La macchina del turismo a volte può essere pericolosa e gli indigeni sono persone identiche a noi, non indifferenti al denaro e alla globalizzazione. Tramite Giancarlo ho invece trovato un contatto con la Comunità Ancestrale Autonoma Ai. Si tratta di un popolo indigeno che a oggi vanta poco più di duemila persone dislocate tra il nord dell’Ecuador e il sud della Colombia. Quasi nessuno però li chiama ancora Ai. Con la venuta dei coloni spagnoli venne attribuito loro il nome di Cofan, come quello di una pianta curativa molto diffusa nella foresta. Di certo quello di cambiare loro nome non è stato il male peggiore dell’azione colonizzatrice. Tutt’ora peraltro è violenta l’azione di alcune multinazionali del petrolio che stanno distruggendo migliaia di ettari boschivi alla ricerca dell’oro nero. Questo sta mettendo a repentaglio la vita di chi ci abita.
Non posso dire che entrare nel villaggio dei Cofan sia come fare un tuffo nel passato. Perchè non è così. Non so neanche se si può paragonare a uno di quei documentari di Rai Tre. Io la definisco un’esperienza trascendentale. E’ come varcare una porta e accettare delle condizioni di vita e sociali totalmente desuete. Mi ha subito colpito il villaggio perchè non ho trovato persone con buffi gonnellini di paglia o danze popolari di accoglienza. Persone normali dedite al lavoro e alla cura dei figli. Molti turisti cercano invece l’inquadratura giusta per le loro reflex. Roba che se questi indigeni fossero i loro vicini di casa in città non si sognerebbero per nulla al mondo di scoprirne le tradizioni. Giungiamo di fronte a un’abitazione sopraelevata in legno.

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Una specie di palafitta dove sotto scorazzano allegramente galline, oche e pulcini. Ad accoglierci Maria, la moglie di Medardo. In braccio il piccolo Alejandro di cinque mesi mentre Isac, quattro anni, mi fa delle smorfie in cerca di una mia reazione che non tarda ad arrivare. L’interno dell’abitazione è semplicissimo. Due amache, una lunga tavola di legno accostata al muro, tante pentole e tegami agganciati al soffitto. Fa sorridere che di fianco al frigorifero ci sia un amplificatore gigante. Chissà che feste che si faranno!

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Ci sistemiamo di sopra e io vinco il letto, mentre Matias dormirà su un’amaca. Probabilmente si è sparsa la voce nel villaggio dell’arrivo di due stranieri. Vedo infatti arrivare dei bimbi provenienti da un bosco, correndo di tutta fretta. Di colpo si fermano davanti a noi. Sono in sei, compreso un bimbo piccolissimo trasportato a spinta dal fratello sopra un camioncino giocattolo. Un attimo di silenzio. Sguardi curiosi ma molto timidi. Mani impegnate in qualcosa per vincere l’imbarazzo. “Hola Hola como estan?” – rompe gli indugi Matias. Si avvicina il più grande e inizia a tempestarci di curiose domande. Non vi ho però detto una cosa. I Cofan sono una delle poche tribù indigene ad avere mantenuto la propria lingua originaria. Personalmente la trovo una cosa meravigliosa. In diversi però, soprattutto giovani, stanno lentamente imparando anche lo spagnolo. Molti di quei bambini sono scalzi, con maglie bucate, ma hanno una allegria contagiosa e la capacità di giocare e divertirsi con niente. A un certo punto Ighnacio, il bimbo più piccolo, cercando di alzarsi dal camioncino cade a terra di faccia. Scatto in piedi allarmato per vedere come sta. Lui si alza  e mi guarda dritto in volto. Contavo i secondi che ci separavano da un pianto disperato. Inizia invece a ridere di gusto sistemandosi i pantaloncini mentre il fratello lo carica sul camioncino disperdendosi poi di nuovo nella foresta.

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Non ho nulla di così sorprendente da raccontarvi (lo so che state ancora pensando all’armadillo).E’ che la vita in Amazzonia è semplice ma per questo affascinante. Don Medardo mi chiama. Ha bisogno di una mano per preparare il Chukula. Si tratta di una bevanda calda ottenuta pestando ripetutamente con un apposito utensile in legno il platano cotto. Una fatica! E’ incredibile quante cose si possano fare con questo frutto. E dire che prima del mio arrivo in Sud America non ne conoscevo nemmeno l’esistenza. Medardo ha diversi ettari di foresta ereditati da generazioni. Qui raccoglie appunto platano, mango e papaia, oltre a utilizzare le piante come carta o rivestimenti. E’ ora di andare a pesca. Discendiamo giù per la boscaglia fino a un capanno. Dopo aver rimpinguato il motore di benzina e presa l’attrezzatura saliamo a bordo della canoa. Il fiume è piuttosto agitato. Raggiungiamo una specie di duna. Medardo ci dice di scendere e ci mette in mano una rete ciascuno. Odio sentirmi un europeo di città. I miei due “compagni di caccia” a piedi nudi schizzano via tra i sassi prendendo postazione. Io con molta calma li raggiungo. Mi sono sentito come qualche ragazza con la quale sono uscito, che portava il tacco 12 con la naturalezza di un elefante sui pattini. Finalmente arriva il momento. Impugno la rete, seguo le istruzioni e la lancio. A questo va ovviamente sommato il tempo che impiego per andare a controllare se ho preso qualcosa.

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Medardo dal lato suo se la ride tenendo per le mani due pesci appena pescati e altri due nelle tasche dei pantaloni. Di quelli presi utilizziamo la coda per creare delle trappole per pesci più grossi. E’ sorprendente come una tecnica così semplice possa dare grandi risultati. Ritorniamo al villaggio stanchi ma felici, con un buon bottino da consegnare a Maria per la cena. Fuori diluvia. Tutto il villaggio è riunito in un’area comune guardando una partita di pallavolo. Convinto di assistere a un momento unico mi tolgo le scarpe e la maglietta mentre la pioggia si fa ancora più insistente. Due pali di legno, una rete e sei giocatori. Gli uomini a bordo campo a fare il tifo. Le donne con i bambini sotto le tettoie di canne a sghignazzare e osservare da lontano. Questi sono i Cofan, questa è la conclusione di una lunga giornata di lavoro. L’acqua corrente qui non esiste. I bagni sono delle latrine coperte e collocate di fianco a barili di acqua piovana. C’è però un dettaglio che mi fa impazzire. Il villaggio è collocato attorno a tre fiumi che ne delimitano il perimetro. Ciascuna famiglia detiene l’accesso privato a una piccola parte. Quella della “mia famiglia” è una porzione di fiume non tanto grande però immersa in una natura selvaggia e incontaminata. Farsi il bagno desnudo solo, il rumore del vento e la tranquillità. Qualche gallina inopportuna che mi ha seguito per poi ritornare al pollaio completamente fradicia. Naturalezza, pace, armonia.

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Ho fatto la conoscenza del Taita Alejandro, lo shamano del villaggio. Settant’anni suonati e una gran vitalità. Il suo interesse per le piante curative dell’Amazzonia e i riti spirituali lo hanno portato negli anni a studiare e diventare la guida del villaggio. Gli shamani Cofan si contraddistinguono per una piuma di pappagallo conficcata tra le narici e altre due piccole piume arancioni nei lobi. Non vi parlerò volutamente di alcuni rituali shamani ai quali ho partecipato. Perchè sono delle pratiche che hanno secoli di storia e meriterebbero di essere spiegate con precisione. Vi garantisco però che l’energia della foresta amazzonica può creare atmosfere uniche.
Concludo lasciandovi con tre immagini:
– Due bambini di non più di quattro anni che alle sei della mattina davano da mangiare alle galline sull’uscio di casa;
Decine  di lucciole che di notte danzano illuminando la foresta;
– Una famiglia di scimmie che con la coda si ciondola bellamente di albero in albero.

Questa è stata la mia “esperienza dell’Amazzonia” quattro giorni intensi, semplici ma straordinariamente vivi!

Ps: Lo so che c’è qualcuno di voi che sta ancora pensando all’armadillo. Vi dico solo questo…sa incredibilmente di pollo!!.

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Un uomo di passaggio

Oggi è una di quelle giornate in cui mi sento un po’ “alla Niccolò Fabi”.
Sono su un pullman e mi aspettano almeno sei ore di viaggio. Seduto accanto al finestrino rivolgo il mio sguardo fuori. Distese di verde, pascoli e piante tropicali si susseguono mentre dalla radio dell’autista esce incessantemente musica latino americana.
Sono ormai passati più di tre mesi dalla mia partenza. Mi sembra come di stare viaggiando da una vita, ma nel contempo come sia ancora lunga la strada da percorrere.Se mi guardo indietro vedo luoghi ma soprattutto volti. Tante persone hanno infatti già incrociato la mia strada. Chi solo per qualche ora, una serata o pochi giorni. Spesso ricordo la fisionomia anche delle persone con le quali non ho avuto uno scambio diretto. Venditori ambulanti, bambini, persone sedute su una panchina.Gente che per qualche inspiegabile motivo mi ha lasciato un’emozione o un semplice gesto. Io sono un uomo di passaggio. Non so dire se questa condizione la consideri positiva o meno. Posso solo percepire quello che si prova. Sono di passaggio perchè il mio viaggio prevede questo. Tante piccole tappe che mi porteranno spero a fare un lungo percorso. Questo condiziona inevitabilmente le relazioni umane. Io cerco di viverle al massimo. Avete presente quelle frasi motivazionali del tipo “vivi come se dovessi morire domani”? Beh, io vivo come se dovessi ripartire domani perchè questo è ciò che spesso capita. Essere un uomo di passaggio potrebbe farmi desistere dall’entrare a fondo delle questioni. Ma credo troppo nella non casualità degli incontri per farlo. Mi capita spesso di incontrare altri viaggiatori in solitaria. Non è difficile riconoscersi! Un breve saluto, le solite quattro domande di rito e il gioco è fatto. Si passa del tempo chiacchierando o mangiando qualcosa, oppure si condividono insieme intere giornate. Le aspettative non esistono. Ognuno ha i propri progetti di viaggio e quel momento va vissuto per quello che è, unico e irripetibile. Fu così che insieme a Sergio del Cile abbiamo visitato il centro di Cartagena, con Melissa del Perù la cattedrale sotterranea di sale di Zipaquirà e con Marcelo di Bueos Aires abbiamo contrattato il prezzo di una notte in amaca sulla spiaggia di Palomino. Ho spesso la sensazione che certi incontri sia destinato a farli. Mi trovavo nella piazza di Santa Rosa de Caldas, seduto su una panchina ascoltando musica dal cellulare. Aspettavo il pullman che mi avrebbe portato a Los Termales, una cascata di oltre duecento metri dalla quale proviene acqua bollente. A un certo punto si avvicinano due ragazzi credendomi un colombiano per sapere quale pullman portava al sito termale. Io rispondo di non saperlo e di essere come loro uno straniero. Con fare un po’ distaccato mi ringraziano e mi dicono che sono spagnoli.Ci rivediamo dentro al parco dove mi chiedono di fargli una foto.

carta-medel-santa-salento-129Ne approfitto per sapere qualcosa di più su di loro, venendo tra l’altro a scoprire che alloggiavano nel mio stesso ostello. Avevo appena fatto la conoscenza di Alvaro e Guillerme, due ragazzi dalla volontà incredibile.  Uno di Cordoba e l’altro di Barcellona, 36 anni,erano nel bel mezzo del loro viaggio attorno al mondo. Partiti infatti a giugno dagli USA, arriveranno fino in Cile dove un aereo li porterà in Giappone per poi proseguire via terra per tutto il continente asiatico. Per me è stata una grande boccata di ossigeno. A volte mi assalgono dei dubbi. Si può essere infatti da qualunque parte nel mondo che se non si cambia la qualità dei propri ragionamenti si resterà  sempre al solito punto. Percepire l’energia e la determinazione del loro progetto mi ha ridato molta carica. La loro pagina si chiama RieteDeWillyFog in onore del personaggio del Giro del Mondo in 80 giorni..solo che loro lo faranno in 15 mesi! Tornati in ostello ci siamo fatti un bel piatto di pasta e come al solito è partita la sfilza di racconti sui viaggi passati e le situazioni grottesche nelle quali ci siamo spesso cacciati. Mi hanno lasciato sicuramente tanta determinazione e disciplina riguardo al loro progetto e poca preoccupazione su quello che sarà il futuro.Un uomo di passaggio deve avere un carattere forte. Si certo, qualcuno farà la scelta di rimanere in superficie, ma io non ce la faccio. Amo viaggiare principalmente per poter conoscere nuove culture. Mettere in discussione i miei punti di vista. Restare semplicemente in ascolto. Secondo me non può essere considerato viaggiare l’andare all’estero quando l’unico contatto umano lo si ha parlando con il receptionist d’albergo o gridando al ristorante: “La cuenta por favor!”. Io voglio capire di più, perchè ho delle domande che mi affollano la mente. Per avere delle risposte voglio stare con la gente del posto, mangiare come loro (è forse la scelta più faticosa), stravolgere i miei programmi da europeo e vedere cosa ne viene fuori. Ci vuole carattere per dire addio a persone che hanno riempito di calore e affetto le tue giornate, anche se per poco. Lentamente sto diventando bravo.Come mi hanno insegnato Alvaro e Guillerme, continuerò con le mie intenzioni di viaggio. Però la memoria ce l’ho sempre avuta buonissima. C’è uno sguardo che non dimentico, una grande intensità unita a un po’ di mistero, i sorrisi dei campesinos de La Mesa, i racconti di Federman e Cielo sul paese del quale sono follemente innamorati. L’uomo di passaggio cerca un frutto dalle sue esperienze. Per me non ha prezzo l’intensità dell’abbraccio nel momento dei saluti. Un gesto tanto semplice, bistrattato dalla corrente machista, ma che nasconde un valore e un’energia enormi. Li vi è nascosto il bene.

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